L’intervento di Anna Peiretti “Vita digitale” 6 aprile 2013

EDUCAZIONE E FORMAZIONE DEI BAMBINI DIGITALI

1. Chi sono i bambini digitali?

È un tema di grande attualità, oggetto di nuovi studi, di dibattiti. L’ambiente si modifica più in fretta dei dei umani, e l’uomo è plasmato nell’esperienza.

«Viviamo tutti, «nativi» e «immigranti digitali», all’interno di una realtà digitalmente aumentata. Non possiamo lavorare senza lo smartphone e il notebook connesso a Internet. Senza Internet non possiamo iscrivere i nostri figli a scuola e i nostri figli non possono iscriversi all’Università.

I dati Istat 2012 dimostrano come le famiglie con almeno un figlio sono le più tecnologiche: l’83,9% possiede un personal computer «connesso» contro il 51% del totale delle famiglie italiane. Si potrebbe dire che i «nativi digitali» portano Internet nelle famiglie. Una recente ricerca della London School of Economics su 33 paesi dell’Ue evidenzia come il 90% dei bambini e adolescenti (9-16 anni) ha accesso a Internet e come il 60% di loro usa la Rete ogni giorno per giocare, studiare, comunicare e informarsi. Il 49% dei «nativi», poi, si connette a Internet anche dal «proprio letto» prima di addormentarsi o alla mattina».

(Paolo Ferri, Corriere della sera, 27-2-2013)

 Attenzione, diciamo digitali e non tecnologici. Il cuore della rivoluzione digitale è la personalizzazione: una macchina è programmata per farle fare ciò che si vuole. L’altro aspetto della digitalizzazione è l’investimento del sempre più piccolo, dei microprocessori.

La Touch-Screen Generation è quella dei bambini che trascorrono sempre più ore a contatto diretto con la tecnologia digitale.

Kevin Kelly, co-fondatore di Wired, la rivista, sintetizza in sei parole il mondo il mondo e la vita di internet. Ha scritto sul tema ”Che cosa vuole la tecnologia” del 2010; è u libro interessante.

Ebbene, le sei parole sono:

  1. SCHERMO, gli schermi sono dappertutto. Noi siamo gente da schermo.
  2. INTERAZIONE; gli schermi non sono statici, ma interattivi. Guardano a noi come specchi e noi interagiamo con l’immagine.
  3. CONDIVISIONE MASSIMA. «Il technium tende affinché le azioni individuali siano sempre più interdipendenti. Hanno effetti come in una rete. La nostra politica ed economia non l’hanno ancora compreso, però, e restano individualistiche».Tanto che comperare non ha più senso.
  4. FLUSSO. Pensate al link. Tag, cloud, bacheche…
  5. ACCESSO. Oggi conta accedere più che possedere.
  6. GENRARE. Internet è la più grande fotocopiatrice del mondo. Questo permette un massimo livello di PERSONALIZZAZIONE

Vita digitale, ma non solo. Bisogna acquisire la consapevolezza della cultura visuale , per comprendere la realtà. Mentre la lettura (la narrazione) è lineare e occupa la durata del tempo, la visione è simultanea. Nell’immagine noi abbiamo immediatamente e simultaneamente tutte le informazioni. Ora il problema è come noi conserviamo queste informazioni. Una volta c’erano pochissime immagini a disposizione, oggi ne abbiamo una quantità straripante. Si pensi ad un fatto, ad esempio: una volta le carte geografiche erano rarissime, oggi ogni informazione può essere localizzata su una mappa in Internet.

Lo schermo chiede un consumo frontale, per cui la sua suggestione è diventata la cosa fondamentale per potere comunicare. “Più mi emoziona, più mi comunica qualcosa”. Questo ha provocato una spirale per cui i montaggi sono diventati sempre più rapidi, perché dovevano sempre di più trascinare dentro lo spettatore. Gli esperti parlano di “ accelerazione onirica” delle immagini.

«L’immagine è diventata la realtà. Molti bambini collegano l’esistenza di un animale all’averlo visto in TV. Se l’ho visto esiste, ma non ne ho esperienza.

Viviamo per immagini, non più la realtà. Parliamo tanto di guerra, ma chi di noi ha mai visto la guerra? Anch’io non ho visto la guerra. Conosciamo delle cose perché le abbiamo viste per immagini. Non si va più sul balcone a dire: “Domani piove”. No. Domani piove perché l’ho visto in televisione. Non si crede al contadino che esce e dice: “Guarda che domani piove”. No, si crede alla televisione, che normalmente si sbaglia. Esiste di tutto in Tv, e tutto prende realtà possibile…» (Oliviero Toscani).

“La visual culture ha a che vedere con gli eventi visivi in cui il consumatore ricerca informazione, significato, o piacere attraverso un’interfaccia di tecnologia visuale. Per tecnologia visuale intendo ogni genere di dispositivo ideato sia per essere osservato sia per aumentare la visione naturale, dalla pittura a olio, alla televisione a internet” (Introduzione alla cultura visuale di Nicholas Mirzoeff. Pag. 29-30).

“La nostra vita ha luogo sullo schermo. La vita nei paesi industrializzati è sempre più vissuta sotto la costante sorveglianza di telecamere: dagli schermi sugli autobus a quelli negli shopping malls, da quelli sulle autostrade o sui ponti a quelli accanto ai bancomat […] L’esperienza umana è adesso più visuale e visualizzata di quanto lo sia mai stata nel passato: dalle immagini satellitari a quelle mediche delle sonde ecografiche che possono penetrare nel corpo umano. Nell’era degli schermi visuali il vostro punto di vista è cruciale”.

(N. Mirzoeff, Introduzione alla cultura visuale. Pag. 27)

Ebbene, adesso comprendiamo perché i nostri bambini sono definiti NATIVI DIGITALI:  in questo contesto ci sono nati. Non parliamo più della generazione del computer (1982, era il titolo della copertina del Time); è preistoria!

NATIVI DIGITALI , è il termine corretto. È stato coniato da Marc Prensky, che lo utilizzò per la prima volta in un suo articolo pubblicato nel 2001 nella rivista “On the Horizon”. L’articolo aveva come titolo Digital Natives, Digital Immigrants: illustrava i cambiamenti di tipo cognitivo, comunicativo e comportamentale, prodotti dall’intenso uso e dalla sovraesposizione alle nuove tecnologie, onnipresenti nella vita delle nuove generazioni sin dalla più tenera età.

Questo autore sosteneva che il digitale ci avrebbe reso più saggi…

Oppure, come teorizza un altro studioso, Nicholas Carr (2008) “Google ci renderà stupidi?”

Ma perché gli schermi/ i new media sono così fortemente attrattivi per i bambini? Quali le ragioni del loro “successo”?

1. I new media hanno facile presa perché sono fortemente stimolanti, e questa generazione di bambin è abituata a essere continuamente stimolata. Lo stimolo è volto soprattutto all’azione. C’è una inclinazione all’iper-stimolazione: i bambini preferiscono i mezzi multimediali a quelli mono-mediali (es. la radio), tendono a fruire i media in concomitanza con altre stimolazioni (es. guardano la tv mangiando/bevendo, …) e/o con altri media (es. stanno al pc ascoltando la musica o inviando sms), tendenza che si amplifica con l’aumentare dell’età.

2. Il secondo motivo è che i new media portano all’estremo il concetto di click and play; i bambini sono infatti sempre più abituati all’automazione (dal cancello elettrico al telecomando della TV) e tendono a dare per scontato che “tutto funzioni con un click”.  La realtà si percepisce gratificante senza bisogno di meriti, sforzi o altro in cambio. Emerge così il quadro di un circolo vizioso nel quale i bambini appaiono incapaci di desiderare profondamente qualche cosa, ma anche di godere di ciò che ottengono.

3. E poi, lo schermo è baby sitter. Come stanno buoni davanti allo schermo!

O forse……

«.. .diventiamo pancake people, come dice il commediografo Richard Foreman: larghi e sottili come una frittella perché, saltando continuamente da un pezzo d’informazione all’altra grazie ai link, arriviamo ovunque vogliamo, ma al tempo stesso perdiamo spessore perché non abbiamo più tempo per riflettere, contemplare. Soffermarsi a sviluppare un’analisi profonda sta diventando una cosa innaturale».

2. Quale educazione?

Che cosa rende un bambino educabile?

2.A. LA PRESENZA DI UN MAESTRO, PER CRAERE LA RELAZIONE EDUCATIVA  

«Hole in the Wall», Buco nel muro, situato in un quartiere povero di New Delhi. Il progetto è nato 13 anni fa dalla mente dell’indiano Sugata Mitra, inventore di un metodo pedagogico autodidatta dedicato a quei Paesi dove il «digital divide», la differenza d’accesso al digitale si sta allargando sempre più.  L’idea è che i bambini possono imparare da soli grazie alle tecnologie informatiche. Un computer collegato a Internet non solo sostituisce l’insegnante, ma dà anche risultati migliori perché stimola automaticamente la creatività dei giovani cervelli».                                                                   La Stampa, 4.3.2013

Non c’è comunicazione se non nella relazione, è la prima cosa. Tornare al primato della relazione. Intanto, ogni relazione – anche con Dio − richiede tempo. Il tempo è accelerato quindi per salvarsi si fa un’azione di rimozione, convincendosi che le vicende che ci minacciano non ci riguardano, non sono affar nostro… Non abbiamo abbastanza tempo per le relazioni, ma qui è il punto. Ogni relazione richiede fiducia, e la fiducia richiede tempo.

Il problema è stare. Stare fermi, permanere, indugiare, sostare su un testo, che non sia semplice e banale. Che sia difficile. Per esempio antico, lontano, impervio.

2.B. LA FORZA DELLA PAROLA

I BAMBINI HANNO BISOGNO DI PAROLE, sono senza parole.

Si tratta “avere le parole e di conoscerne il significato. Usare le parole per esprimere che cosa si ha dentro. Turoldo parlava di “afasia narrativa”.

Chiamare le cose con il loro nome è un gesto rivoluzionario, dichiarava Rosa Luxemburg ormai un secolo fa.

«I ragazzi oggi sono di una povertà lessicale sconcertante; possiedono poche parole per dire quello che vogliono dire; quando leggono saltano moltissime parole, perché non ne conoscono il significato. Avere un lessico ristretto e improprio significa perdere l’aggancio con la realtà, non riuscire a tradurla in linguaggio, non esprimere i propri pensieri e non capire quelli dell’altro» (Mastrocola , Togliamo il disturbo, pag.57)

Le parole per raccontare….

Ovunque si fanno tantissimi questionari. Si viaggia su fotocopie distribuite a iosa, con caselle da crocettare, spazi da riempire, risposte da sottolineare. Gli eserciziari sono così; pieni di questionari, schede, moduli, domande.

Scegli, crocetta, segna, sottolinea, completa, colloca, ricolloca, indica… Numerini, livelli, linee,puntini. E poi ci stupiamo che i ragazzi non sanno parlare né scrivere, cioè costruire un discorso?»

(Mastrocola Paola, da Togliamo il disturbo)

 “Capita sempre più di rado di incontrare persone che sappiano raccontare

qualcosa come si deve: e l’imbarazzo si diffonde sempre più spesso quando, in una compagnia, c’è chi esprime il desiderio di sentir raccontare una storia. È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze”. (Walter Benjamin, Il narratore)

Per Jerome Bruner dare senso alla realtà è costruire significato narrativo. Narrare è creare significato. Nei bambini la narrazione svela il significato dell’esperienza.

Si narra per comprendere (basta pensare all’ esperienza del diario). Nell’atto del raccontare, il narratore elabora l'”esperienza” perché ha la possibilità di rielaborare, ripercorrere quello che ha vissuto o a cui ha assistito. Conosco una cosa se so raccontarla, ma anche conosco un’emozione se so esprimerla con un disegno, una musica. La parola dà senso alla realtà del bambino; la capacità di rappresentare se stesso e la realtà è possibile per le parole “immagazzinate”.

La parola sostiene l’immagine e viceversa. Questa fusione profonda è l’esperienza che ogni bambino fa di un albo illustrato: testo e immagine si uniscono in un’unica narrazione.

È la parola che crea le dimensioni del tempo. La parola chiede di essere custodita nel tempo. Si crea memoria.

2.C. LA CURA DELLE DOMANDE

La maturità umana, come la casa solida che resiste anche al vento e alla tempesta,  si sviluppa in  profondità; raggiunge la pienezza di umanità la persona che non sta sulla superficie, ma sa andare oltre le cose. giù. L’idea della profondità di una persona richiama un percorso dentro se stessa, un faticoso lavoro interiore, un continuo impegno a tener vivo dentro di sé il dialogo. I perchè più infantili, le domande, i dubbi, le perplessità sono pungolo ad andare giù, in fondo al proprio cuore.

L’impressione è che oggi i ragazzi non abbiano alcuna abitudine alla fatica del pensiero, preferiscano non impegnarsi troppo intorno a domande e interrogativi. Perché andare in profondità, perché indagare se stessi? Ci vuol coraggio! E a che pro? Perché affrontare la fatica di andare al senso delle cose? Perché poi affannarsi nella ricerca di risposte che magari poi neanche si troveranno mai? Quale vantaggio ha chi si avventura con il pensiero?

Eppure è proprio il viaggio dentro se stessi, che spontaneamente mi ricorda quello che il profeta Isaia ha descritto come “ritorno al proprio cuore” (Is 46,8), a portare ad una conoscenza profonda di sé, condizione indispensabile per trovare in sé anche l’Altro.

L’educatore, sia esso genitore o maestro, non dovrebbe mai dimenticare questa immagine del “ritorno”, e domandarsi: come posso io accompagnare un ragazzo nel cammino che lo conduce alla scoperta della propria identità, alla conoscenza di se stesso?

La fede è »una misteriosa sensazione di essere abitati da qualcosa di diverso, di lontano da noi che ci conduce e ci spinge fuori di noi e che, tuttavia, è dentro di noi». Allora il cristianesimo non è la religione delle esteriorità, ma dell’interiorità. 

(Michele Do, Per un’immagine creativa del cristianesimo, stampa privata. Pag.119.)

Ogni racconto nasce e si sviluppa nel DIALOGO INTERIORE, quella conversazione tra me e me sempre viva. Significa vivere alla ricerca del misterioso e nascosto che è in me. Le domande svolgono un ruolo fondamentale perché spingono nella ricerca delle risposte; soprattutto i giovani devono vigilare per tenere vive le domande. L’idea qui è quella di ripetere se stessi. L’uomo ha un grande bisogno del racconto interiore per custodire la sua identità.

Conclusione

I problemi del mondo d’oggi non possono

essere risolti facendo ricorso allo stesso tipo

di pensiero che li ha creati

(Albert Einstein)

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